Le opere di Paul Thomas Anderson hanno sempre incontrato il mio gusto, che si vada da Boogie Nights a Il Petroliere passando per Magnolia, nelle sue opere notiamo quanto il regista, pur cambiando registro narrativo, riesca a raccontare in modo valido temi molto diversi tra loro.
In questo racconto, si dice ispirato a Hubbard fondatore di Scientology, si confrontano due personaggi interpretati da Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman, quest’ultimo attore già presente in altre opere del regista.

Freddie (Joaquin Phoenix) è un reduce della seconda guerra mondiale con degli evidenti disturbi di comportamento che i medici dell’esercito non sono riusciti a portare a guarigione. Questi incontra casualmente Lancaster (Philip Seymour Hoffman), studioso, fisico, filosofo ma soprattutto capo di una organizzazione chiamata “La Causa”. Lancaster si sente subito a suo agio con Freddie nonostante sia chiaramente disturbato. In questo personaggio dove sono messi in evidenza i tratti più squilibrati, Joaquin Phoenix dimostra già tutta la sua grandezza nel recitare attraverso le movenze e gli atteggiamenti. Le mani sui fianchi, l’incedere con la schiena forzatamente incurvata e il bacino proteso in avanti, l’evidente magrezza sembrano quasi le basi di quello che sarà sette anni più tardi il suo ruolo da Oscar.

Il personaggio di Lancaster dovrebbe contrapporsi a quello di Freddie, dovrebbe esserne la cura, ma tutti i trattamenti o esperimenti a cui Freddie è sottoposto per tutto il film, sembrano fine a se stessi e non porteranno a nulla.

Tutto ciò ci fa capire che la dottrina de “La Causa” non è altro che il delirio di una persona tutt’altro che illuminata e che rivede se stesso nel personaggio a lui contrapposto.

DA VEDERE PERCHÉ

Le interpretazioni dei protagonisti sono assolutamente convincenti, accompagnati da un’abile Amy Adams nei panni della moglie ideale degli anni ’50.

DA VEDERE CON

Joker di Todd Philips, per cogliere l’evoluzione del personaggio intriso di follia portato avanti dall’ottimo Phoenix