Scritto e diretto dal regista premio Oscar per La forma dell’acqua, il film racconta il mondo immaginario in cui si è rifugiata Ofelia, una bambina che cerca di sfuggire alla dura realtà della Spagna di Franco del 1944.

Accompagnando la madre incinta di suo fratello, Ofelia raggiunge in una località isolata Il Capitano e il suo commando di soldati fascisti, i quali stanno cercando di stanare gli uomini della resistenza rifugiati sulle montagne. Il Capitano ha sposato sua madre rimasta vedova ed è il padre del bambino che porta in grembo.

La madre debole e provata dalla difficile gravidanza, lascia Ofelia nella solitudine dove incontra un fauno che abita in un antico labirinto perduto nel bosco. Questi le promette di riportarla nel luogo perduto a cui è destinata in quanto “principessa figlia di Luna”. Per raggiungere questo luogo incantato Ofelia deve superare tre importanti prove.

Si sviluppano così due livelli di narrazione: una reale, dove sono perpetrate violenza e torture, e una fantastica ma non meno spaventosa, fatta di fate e di mostri che mangiano i bambini.

Persa la madre per il parto, Ofelia darà tutta se stessa per difende il nuovo nato da un padre violento e autoritario, e da una dittatura che sta vivendo i suoi ultimi giorni.

Il tratto fantastico caratteristico di questo regista, rende molto credibile la storia del fauno e del suo mondo, esaltato ancor più dalla contrapposizione con scene della vita reale dove la violenza ed il sopruso sono usate come strumento di educazione. La scena della tortura del partigiano catturato tra i boschi, non lascia nulla all’immaginazione. Quando Il Capitano fa mostra con viso cinico e soddisfatto degli strumenti di dolore, sappiamo già a cosa ci porterà il racconto e il registro quasi ci conduce per mano in queste scene raccapriccianti.

DA VEDERE PERCHÉ

Quest’opera di Guillermo del Toro riesce a raccontare un mondo fantastico in un modo del tutto personale, incedendo più sulla sua ambiguità che sulla sua epicità.

DA VEDERE CON

Con qualche film di Yorgos Lanthimos, per confrontare il registro narrativo delle scene di violenza. In Lanthimos queste scene non sono introdotte dal racconto ma arrivano senza preavviso, come una vergata sul viso, sottolineandone l’inutilità e l’insensatezza.